Per favore, non chiamatelo Allattamento a Richiesta!

Allattare è semplicissimo, non hai scuse: in effetti è ancora più facile finché non lo fai. Da incinta ti riesce benissimo (l’idea), sai già tutto, e non appena vedi il tuo piccolo per la prima volta sei certa: lo allatterò a richiesta, perché è la cosa migliore.

Fatichi un po’ a fargli succhiare quelle due gocce di colostro, poi arriva la montata, ti glori per due poppe da paura come nemmeno a bay watch, e in una nuvola rosata di beatitudine – scongiurando ragadi e mastiti – avvii l’allattamento. Giustamente fiera. Perché è cosa buona e giusta e perché, è vero, è anche bellissimo. Bello e sano: di quante cose si può dire altrettanto?

Peccato che l’allattamento a richiesta non esiste.

Ora ti spiego come andrà.
Le prime volte cercherai di capire perché piange (a meno che il tuo piccolo non abbia problemi di crescita, nel qual caso ti prodigherai ad allattarlo sempre, che pianga o che non, che sia sveglio o che dorma): ha freddo? (mai visto un figlio avere freddo, e poi come capirlo?). Lo copro, lo scopro, piange lo stesso. Ha caldo? Gli slaccio la giacchetta, gli apro la tutina. No, piange ancora. Ha mal di pancia? Lo metto a scimmietta sul braccio, mi faccio i chilometri in salotto. Non basta. È troppo stimolato? Spengo la tv, via gli ospiti, abbasso le luci. No, non è nemmeno questo. Allora è stufo: andiamo a passeggio? Si acquieta e pensi di avercela fatta, poi appena imbocchi la via di casa tua, sgrana gli occhi e riattacca a contorcersi in un pianto che, a sto punto, sfida il tuo amorevole istinto materno.
Finché, stremata, lo metti al seno e quello si placa come per incanto.

Le volte successive fai due o tre tentativi, in fondo l’hai allattato un’ora fa, non credi abbia fame. Lo spogli un po’, lo culli, lo distrai, esci, torni, abbassi le luci, rialzi le luci, canti una canzone.

Alla fine lo attacchi e il miracolo si ripete: s’acquieta come gli dessi acqua santa. Magari ha mal di pancia e non è il massimo, ma che devo dirti? Amen.

E così, nel giro di pochissimo e senza quasi rendertene conto, ti ritroverai a saltare tutti i convenevoli: quali tentativi e inutili giri di parole? Lo prendi e lo attacchi, senza passare dal via.

D’altro canto non si è mai visto un neonato che disdegni la Sacra Tetta. E poi… non son sicura che avesse mangiato, prima, quando gli ciondolava l’occhio, quando era in fissa. E poi fra un po’ è l’ora del sonnellino, meglio allattarlo adesso. E poi magari ha sete, ché il latte serve pure per quello…

E dopo mezzora sei ancora lì, perché dalla poppata-pasto sei scivolata alla poppata-per-addormentarlo. E ormai il danno irreparabile è compiuto: avendo scoperto che addormentarlo al seno è enormemente più easy che in qualsiasi altro modo, hai definitivamente intrecciato le due variabili che, da qui in poi, renderanno difficile tutto: sonno e nutrimento. Non capirai se mangia per fame o per addormentarsi, e non capirai se si sveglia perché ha fame o perché dorme solo al seno.

Forse per allattamento “a richiesta” s’intende: quando la madre richiede un po’ di tregua? Perché, in effetti, finirai anche con l’attaccarlo quando è evidentemente non necessario (a lui): ma c’è X-Factor, o la tua amica al telefono, o devi parlare con suo padre, e allora via, attaccati al seno che così sto tranquilla.

Più che allattamento a richiesta è allattamento abusivo.
Ma si sa: in amore e in guerra tutto vale. Figuriamoci nella maternità.

Ps: e adesso non odiatemi… Ne ho allattati tre, l’ultima di 26 mesi ciuccia ancora. L’allattamento è stupendo, solo – vi prego – non chiamatelo “allattamento a richiesta.”

 

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